Serve una perdonanza plenaria
Che il clima politico sia sempre più ammorbante non c’è bisogno di dimostrarlo. La discussione sulle questioni serie è in ombra, mentre l’attenzione si concentra sulle vicende personali di questo o di quello, con presunte rivelazioni e presunte ritorsioni sempre zeppe di allusioni pruriginose, teorie dei complotti incrociati e accuse di tradimenti politici e no.

Che il clima politico sia sempre più ammorbante non c’è bisogno di dimostrarlo. La discussione sulle questioni serie è in ombra, mentre l’attenzione si concentra sulle vicende personali di questo o di quello, con presunte rivelazioni e presunte ritorsioni sempre zeppe di allusioni pruriginose, teorie dei complotti incrociati e accuse di tradimenti politici e no. Si sa com’è cominciata, ma non si vede come e quando finirà, specialmente se a ogni insinuazione o critica qualcuno pensa di rispondere cercando di infangare il pulpito da cui viene la predica. Ogni parte spiegherà che è stata costretta a scendere su questo terreno dalle bassezze altrui, secondo il copione obsoleto delle faide paesane, quelle, appunto, che non finiscono mai.
Ci si può domandare perché si è arrivati a questo punto, dando risposte diverse, che da una parte sottolineano il processo di personalizzazione della contesa politica, dall’altra constatano che si sta creando una situazione nella quale la competizione propriamente politica pare destinata per lungo tempo a un esito ripetitivo, il che spinge alla ricerca di scorciatoie extrapolitiche e scandalistiche. Lo studio delle cause è sempre interessante, ma c’è il rischio che, in questo caso, finisca con il ricadere nel gioco del “ha incominciato lui”, che non permette di uscire dalla spirale.
Forse la domanda che bisogna iniziare a porsi è come farla finita, lasciando agli storici e agli analisti il tempo per ragionare, se possibile a mente fredda, sulle cause. Quel che serve è una “perdonanza plenaria”, che parta dall’ovvia constatazione dell’imperfezione umana, accompagnata da una remissione di querele, di insinuazioni, di domande reiterate retoricamente. Non è solo per amor di patria, come si dice sconsolatamente, che bisognerebbe metterci una pietra sopra. Perdonare per essere perdonati non è un cedimento al rischio di ricatti reciproci, fondati o no che siano, è il comportamento maturo di chi sa che niente è peggio che farsi invischiare perennemente in una faida che cancella o nasconde le vere ragioni del contendere. Si poteva capire che Pietro Badoglio cercasse di rendere popolare il suo governo fuggiasco dando fiato alle trombe sulle vicende di Claretta Petacci. Quella di oggi, però, non è l’Italia dell’8 settembre e neppure quella del 25 luglio. E’ una grande democrazia, nella quale i governi si avvicendano in base al giudizio popolare che è sempre un giudizio politico, non una reazione emotiva allo scandalo del giorno.
Ci si può domandare perché si è arrivati a questo punto, dando risposte diverse, che da una parte sottolineano il processo di personalizzazione della contesa politica, dall’altra constatano che si sta creando una situazione nella quale la competizione propriamente politica pare destinata per lungo tempo a un esito ripetitivo, il che spinge alla ricerca di scorciatoie extrapolitiche e scandalistiche. Lo studio delle cause è sempre interessante, ma c’è il rischio che, in questo caso, finisca con il ricadere nel gioco del “ha incominciato lui”, che non permette di uscire dalla spirale.
Forse la domanda che bisogna iniziare a porsi è come farla finita, lasciando agli storici e agli analisti il tempo per ragionare, se possibile a mente fredda, sulle cause. Quel che serve è una “perdonanza plenaria”, che parta dall’ovvia constatazione dell’imperfezione umana, accompagnata da una remissione di querele, di insinuazioni, di domande reiterate retoricamente. Non è solo per amor di patria, come si dice sconsolatamente, che bisognerebbe metterci una pietra sopra. Perdonare per essere perdonati non è un cedimento al rischio di ricatti reciproci, fondati o no che siano, è il comportamento maturo di chi sa che niente è peggio che farsi invischiare perennemente in una faida che cancella o nasconde le vere ragioni del contendere. Si poteva capire che Pietro Badoglio cercasse di rendere popolare il suo governo fuggiasco dando fiato alle trombe sulle vicende di Claretta Petacci. Quella di oggi, però, non è l’Italia dell’8 settembre e neppure quella del 25 luglio. E’ una grande democrazia, nella quale i governi si avvicendano in base al giudizio popolare che è sempre un giudizio politico, non una reazione emotiva allo scandalo del giorno.